Fino a poco tempo fa Pergine Valsugana era conosciuta al di fuori dei propri confini come “la città dei matti”. La presenza dell’ospedale psichiatrico ne ha caratterizzato a partire dalla fine dell’Ottocento la storia, l’economia, il tessuto urbano e sociale. Un manicomio, quello di Pergine, che non ebbe mai un nome “proprio” e la cui peculiarità rispetto ad altre analoghe strutture era quella di ospitare soggetti di lingua e cultura diverse, italiani e tedeschi in primis, ma anche ladini e mocheno-cimbri. Ecco dunque che alla condizione di perdita d’identità propria dei modi della reclusione manicomiale si aggiungeva l’estraneità della parola.
Dall’ospedale psichiatrico sono transitate migliaia di esistenze: pazienti, medici e paramedici, ma anche addetti a tutte le attività economiche legate al mantenimento di questa vera e propria “istituzione totale”. Un universo di microstorie, di chi stava dentro, di chi stava fuori, di chi stava un po’ dentro e un po’ fuori, vite private di speranza e riscatto, abissi di dolore e malattia, violenze, morti e nascite, ma anche brevi incursioni nel “luogo della vergogna” o normali quotidianità di lavoro e servizio da parte di chi, la sera, aveva la fortuna di tornare a casa sua o, semplicemente, “in sé”.